CLAUDIO LECCI
CLAUDIO LECCI

I soliti maiali

Il testo di Claudio Lecci, denso e ricco di suggestioni, si snoda come un gioco lungo e giocato bene, un ampio argomentare per dire che le metafore ispirate dal mondo animale sono assai intriganti e divertenti.

Sicuramente suggestive e interessanti le riflessioni sulle metafore improprie, le metafore rinvenibili nei fenomeni naturali di ogni tipo e nei comportamenti degli animali: Metafore dal mondo non verbale certo ma pur sempre “lette” e non “dette” (in forma orale e scritta) con parole, ovvero in una lingua.

Le metafore bestiali espresse nella rappresentazione grafica e/o pittorica muovendo da un “mormorio” interiore e comunque espresse sempre verbalmente. Come ha mostrato Paul Watzalawick una volta per tutte (Pragmatica della comunicazione umana, 1967) il linguaggio infatti  può essere solo verbale (lingua parlata e scritta, ossia comunicazione digitale/alfanumerica) o non verbale (gestualità, immagini, suono, ecc. ovvero comunicazione analogica/emotiva).

Sotteso ma forte poi il richiamo alla Programmazione neuro linguistica e al suo presupposto fondamentale: la mappa non è il territorio. La “mappa” che ciascuno di noi usa per interfacciarsi e interagire con il mondo, ovviamente, non è la realtà stessa ma una nostra personale e soggettiva rappresentazione della realtà in cui convinzioni, emozioni, giudizi e pregiudizi, conscio e inconscio, entrano liberamente in gioco.

          Ludovico Di Giovine

Maggioranza quasi silenziosa

 

Le abitudini nascono dal successo. Come i proverbi.

All’inizio le abitudini erano azioni e i proverbi insieme di parole.

In seguito,  le azioni venivano ripetute perché funzionavano, facevano  star bene chi le compiva  e forse anche chi gli stava vicino.

Poi non se ne potette più fare a meno e quelle azioni vennero chiamate –abitudini-.

Esistono anche le cattive abitudini, come quella di fumare, spazzarsi il naso in pubblico, rispondere al telefonino a cinema, non usare mai la parola –grazie-. Esse, tuttavia, si accumunano alle buone abitudini perché, a prescindere dalle questioni civili, etiche, deontologiche e comportamentali, fanno star bene chi le compie pur  recando molestia ad  eventuali presenti.

I commenti ai fatti erano insieme di parole e quando quei fatti si  ripetevano è venuto spontaneo ricordare  quelle espressioni.

Le espressioni si sono tramandate molto spesso verbalmente e si sono diffuse tutte le volte che i vari episodi hanno dimostrato la fondatezza di quelle considerazioni. Così nacquero i proverbi. I proverbi sono entrati da soli a far parte della saggezza popolare o, meglio, essi stessi costituiscono la saggezza popolare.

Fino a quando i fatti raccontati dai proverbi non si rompono sulla testa degli uomini, metaforicamente parlando, nessuno crede ai proverbi. Ma quando le cose accadono, ecco l’immancabile colonna sonora del film, metaforicamente insistendo.

 – Hai visto? Chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.-

La metafora è un modo di dire le cose diversamente da come andrebbero dette, ricorrendo ad espressioni figurate e gli stessi proverbi si servono delle metafore per raccontare il loro contenuto.

Poiché la tradizione verbale è affidata alla gente, il linguaggio dei proverbi è spesso popolare. I proverbi espressi in modo corretto,  invece, trovano talvolta la loro origine nelle fiabe.

Greci e Latini erano maestri nel genere e ancora oggi i migliori proverbi si tramandano nella lingua originaria (Similes cum similibus facillime congregantur. //  I simili si associano  facilmente ).

Gli avvocati sono soliti fare sfoggio del loro “latinorum” con i clienti ignoranti, dai quali è opportuno tenere le distanze soprattutto in ambito culturale, cosa che riesce meglio “sparando” (metafora)  espressioni incomprensibili.

-Non si preoccupi, lei ha fatto bene. La difendo io: vim vi repellere licet- ( è lecito respingere la forza con la forza / legittima difesa). E’ un motto con radice giuridica, non una metafora.

Su di un architrave della medioevale Pietramontecorvino, in provincia di Foggia, è stata  rinvenuta l’iscrizione: - Duriora decoxi- (spaccai pietre più dure). E’ un motto con radice metaforica.

La metafora, infatti,  gira tra i proverbi ma si diverte a popolare anche i discorsi comuni.

“Stann i campen ? E stann pur i putten.”

Dove ci sono  un campanile, le campane,  un agglomerato umano, lì ci sono donne di malaffare. Cioè: le donne facili sono ovunque.

Metafora per metafora: “La volpe e l’uva. Nondum matura est”. Chi non raggiunge un risultato, come la volpe che saltava invano  sotto la vigna per afferrare i grappoli alti, afferma di non esserne interessato: l’uva non è matura, non voglio mangiarla acerba.  Ma questa non è piuttosto un’allegoria ?

Alcune espressioni dialettali hanno esclusive finalità di mnemotecnica. Chi nel tempo ha attaccato una rima allegorica, paradossale o semplicemente ironica, ludica, ad una esclamazione, senza arricchirla di significato, non è ricorso ad una metafora ma ha inconsapevolmente utilizzato un sistema efficace per fermare nella memoria quella espressione. E' anche un modo simpatico per smitizzare il discorso, depotenziarlo da una carica espressiva superiore al necessario.

Un maestro della parola scritta e parlata, persona massimamente seria nella vita e sul lavoro, il Preside Pasquale Soccio, soleva revocare in dubbio talune convinzioni, esclamando, in dialetto sanmarchese : -Va’ accapiscia la vacca come piscia !-

Di come pisciasse la vacca non gliene importava nulla a nessuno e l’esclamazione dubitativa, che veicolava  un quesito (chissà come stanno in realtà i fatti...), tendeva volontariamente e istrionicamente a umanizzare il “Maestro studioso”, amabile personaggio autobiografico di uno dei suoi migliori libri.

Mia zia Adelina, che amava farsi i fatti altrui, non ricorreva a tali  raffinati espedienti interlocutori, ma soleva sollecitare le confidenze altrui sui fatti della famiglia con un più sintetico  “mo’ non sapim se…” e puntualmente otteneva che i puntini sospensivi si riempissero con le parole della manzoniana Agnese di turno che ostentava le sue conoscenze, le interpretazioni e le sue previsioni.

 

Mi piace invece pensare che la metafora sia  anche nel mondo non verbale e non scritto. Una figura (diversa) può  sostituire un concetto, una cosa, un suono. Si tratta di metafore improprie. 

Perciò, ritengo, la metafora  è anche nelle cose: una bella pera Abate Fetel , in equilibrio in verticale sul tavolo, metaforizza il culo di una donna seduta sul bagnasciuga di una spiaggia nudista o ne evoca soltanto l’immagine?

Non è questo un caso simile all’esercitazione psico-estetica di Magritte. Questi, come si sa, studiando il rapporto tra lingua ed immagine, ovvero tra rappresentazioni logiche ed analogiche, ironizzava divertendosi. Dipinse una pipa e l’arricchì di particolari precedendo l’iperrealismo di taluni artisti di oggi. In una didascalia, scrisse:    "Questa non è una pipa". Non tutti subito compresero che infatti quella non era una pipa, ma un quadro che riproduceva una delle possibili immagini di una pipa.

Magritte  intendeva sollecitare riflessioni sul rapporto tra realtà e rappresentazione, elementi spesso in inconsapevole confusione nello spettatore.

La pera che metaforizza un sedere femminile, per suggerimento di madre natura, è, in questo senso, una questione oggettiva che si realizza grazie al patrimonio psicofigurativo dell’osservatore. Chi non ha mai visto un manifesto pubblicitario di donna  nuda seduta sulla spiaggia, non riconoscerà mai nella pera Abate Fetel la fonte della metafora naturale.

Per questa ragione, i pubblicitari si impegnano nella ricerca dei meccanismi evocativi, al fine di convogliare il pensiero dei possibili clienti per distrarli  dagli elementi negativi del prodotto e indirizzarli su quelli che, allettandolo, lo possono indurre a comprare.

In questo meccanismo, la metafora assume un ruolo strategico, giacché la banale similitudine ( vieni da noi e ti sentirai come un  leone) non funziona al pari di essa (vieni da noi, tu, leone in mezzo a tutti).

 

La metafora si atteggia subito come elemento totalmente differente ma straordinariamente evocativo dell’oggetto, dell’azione di cui si parla perché tende ad esasperare la similitudine, finalizzata a far cogliere caratteristiche che senza la metafora sarebbero passate inosservate.

Insomma, il cardiologo passa dal semplice elettrocardiogramma all’ecocardiogramma e si spinge all’elettrocardiogramma sotto sforzo per cogliere ciò che con lo stetoscopio  è difficile cogliere nel paziente. La metafora ricorda l’immagine della tomografia assiale computerizzata. Magritte scriverebbe: questo non è un polmone. Infatti la tac riproduce tante sezioni del polmone, attraverso un meccanismo scanner che consente l’enfasi dei particolari, così da individuare le più piccole anomalie della parte del corpo esaminato. Ma l’immagine totale non è un polmone, è un’altra cosa: la sua rappresentazione micrometrica per sezione. Nella metafora non si ricorre alla stessa immagine, bensì ad un’altra, che enfatizza alcune caratteristiche della prima che intendiamo esaltare, criticare o semplicemente evidenziare.

Sollecitano la metafora la fisiognomica, la mimica, la prossemica, la deambulazione, la dinamica comportamentale. E così, l’attenzione del necroforo che si aggiorna nel reparto di rianimazione per individuare un possibile imminente cliente, può indurre ad usare il dispregiativo “beccamorto” ma anche la similitudine “sciacallo” o, ancora, può più ironicamente suggerire il ricorso a metafore meno violente (girava per le corsie, faina oltre la rete del pollaio).

Non so bene se la natura ironizzi su se stessa ma ci sarà pure un fondamento nell’espressione – testa di minchia-.

Se questa è una metafora e  richiama gli aspetti intellettivi del soggetto, mi viene da pensare che per colpa del pisello (metafora) l’uomo  commette le più grandi sciocchezze. Più precisamente: a causa del  testosterone. Il pisello è il referente di tale ormone ed è quindi ritenuto un organo non pensante.

Se invece al pisello vogliamo attribuire i meriti delle più grandi soddisfazioni, allora per -testa di minchia- il volgo intende attribuire alla persona dileggiata le fattezze ridicole del predetto nella sua apicale (in senso stretto e tecnico)  espressione.

Perciò  mi chiedo e chiedo: la metafora è sempre chiara ?

Sicuramente no. Bisogna contestualizzare l’espressione per capire il senso della metafora.

Sempre per restare nel volgare, che ci aiuta meglio a comprendere l’argomento, “figlio di buona donna” è un merito attribuito a persona intelligente e accorta ma è anche l’avviso che quegli è un furbo, uno scaltro, una persona che ricorre a tiri mancini.

E la mamma che c’entra ? C’entra, c’entra.

Il figlio viene soprattutto educato dalla madre.

Per “buona donna”, metafora per metafora, o, meglio, ironicamente parlando, si intende colei che esercita il meretricio e che dunque ha a che fare con tutte le categorie umane. Per difendersi dai suoi peggiori clienti, deve affinare la migliore scaltrezza. Questa “qualità” viene consegnata al figlio attraverso l’ “educazione” impartita.

Quindi: madre prostituta ed esperta uguale insegnamenti di vita trasmessi al figlio uguale figlio di puttana.

Il legislatore lo sa molto bene e perciò distingue i negozi giuridici vietati da quelli illeciti, cioè non tutelati. Tra i patti illeciti vi è il contratto di prostituzione. Ci si può prostituire (non è vietato) ma la legge non protegge il patto ( è così anche per la scommessa). Per questa ragione, le prostitute si fanno pagare prima. Se aspettassero il pagamento dopo la “prestazione”, potrebbe accadere che il cliente non paghi e in quel caso la povera puttana non potrebbe ricorrere al giudice per la riscossione del corrispettivo della sua prestazione. Lo sapevate ? (Quesito metaforico per chiedere: - chi di voi è andato a puttane ?). Nei paesi sudamericani e in quelli caraibici le prostitute non esistono. Le donne si accompagnano al maschio innamorandosene anche per un giorno solo, in esito al quale, è consuetudine consolidata che il maschio rilasci un TFR (trattamento di fine rapporto), come regalo o mancia ( ma io, tutto questo, come faccio a saperlo ?) E’ consuetudine divenuta norma non scritta, come usa in America ove la mancia è una forma di retribuzione non tassata, proporzionata al merito del destinatario.

Per tornare alle espressioni metaforiche, ricordo :

  • Vai da quell’avvocato, te lo consiglio. E’ bravissimo, proprio un figlio di zoccola- (giudizio a cavallo tra il metaforico e il tecnico, laddove il termine  –a cavallo- non so  se debba  intendersi metaforicamente o realmente).

La metafora è nelle nuvole e si diverte a creare disegni in cielo che l’uomo associa a figure a sé note.

Si chiama –pareidolia- ed è la suggestione di chi riconosce il profilo di Gesù tra cumuli nembi, cavalli imbizzarriti tra cirri strati e tutto quello che volete.

Ero con amici del nord su un barcone adibito al trasporto di turisti in visita alle grotte marine della costa garganica. Un giovanotto dell’equipaggio, al microfono, spiegava ai passeggeri : “ Ecco, ecco, stiamo per entrare nella Grotta Campana. Si chiama così perché etc. etc.. Ecco, stiamo ora costeggiando il tratto da Pugnochiuso a Vignanotica…, vi faccio notare i disegni del vento sulla roccia; se prestate attenzione, in quel profilo di scoglio riconoscerete una donna addormentata, mentre su quello spuntone ecco il profilo di Padre Pio. Come vedete, anche noi qui al Sud sappiamo fare qualche cosa... ”.

L’espressione, che trae origine dalla frustrazione (anche noi al Sud sappiamo fare), nasconde una verità conclamata: vedere quello che non esiste è un’attività.

Nel film – Benvenuti al Sud-  la moglie del protagonista aveva bisogno di stare male e trovava nell’apprensione la risposta alla sua necessità. Il marito, per appagare tale bisogno, si “immerse” in una emergenza narrata, spingendosi a simularla. Il barcaiolo garganico, felice di trovare risorse economiche nel suo lavoro di accompagnatore turistico, rivendica l’appartenenza al territorio e la sua capacità di scovare tra i segni della geologia i disegni che sono interiorizzati nella comune mentalità.

Anche nel film “Si vendono miracoli”, alla gente non interessa molto che San Tommaso avesse pianto per l’artifizio del fratello del parroco. Il miracolo era utile, anzi indispensabile e quindi ciò che veniva percepito era reale, acrobaticamente rinvenendo la hegeliana razionalità di essa nel miracolo.

In psichiatria  si usa sottoporre alcuni pazienti al test di  Rorschach. Si tratta di  tavole che riproducono macchie di colore che il soggetto esaminato associa spontaneamente ad un significato al quale è spinto dal suo pregresso, talvolta traumatico. E’ un processo mentale diverso dalla metafora perché in quest’ultima, volontariamente e perciò consapevolmente, si ricorre ad una parola diversa, figurata; nella pareidolia e nel test di Rorschach le parole attingono dal subconscio; non vi è controllo nel procedimento espressivo.

La metafora, penso,  è anche nelle cose, per esempio nei suoni che esprimono parole quando non si conosce il loro significato. La metafora si mischia all’equivoco, ne resta contaminata.

-Lucumone a me, ma badi come parla, Lucumone sarà lei e tutti quelli come lei!-

Nella civiltà etrusca il Lucumone indicava il re. Ma nella fonetica meridionale italiana, tutto ciò che suona come minchione, cazzone, coglione, fregnone, è sicuramente dispregiativo ed offensivo e dunque anche –lucumone- è offensivo per chi non ha studiato gli Etruschi.

Sono metafore –il buon giorno si vede dal mattino- e –il pesce puzza dalla testa-.

Le metafore della natura mi divertono e ho pensato a quante  se ne annidano tra gli animali e nei loro comportamenti. Ho provato a coglierne alcune ed anzi a crearne. Mi sono divertito, come una bestia, in similitudine   parlando; perché , si sa, le bestie non sono cattive. Talvolta si divertono. Ammazzano per paura, per fame, per errore o  perché sono impazzite.

Invece l’uomo sa anche essere di un cattivo “bestiale” e basta.

Non sono certo di aver capito bene cosa sia la metafora e quali siano le differenze con termini contigui ad essa ma sono quasi certo che la metafora non è solo una parola figurata usata al posto di un’altra meno forte bensì può anche essere una espressione totale (“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincie ma bordello!”) e allora chiedo : se le espressioni verbali sono solo alcune delle modalità esternative possibili, perché non vi possono essere delle metafore non verbali ?

Bestiali sono le metafore delle bestie ma quando Luca Carboni accennava alla necessità di avere un fisico bestiale, sicuramente usava una metafora; e se un coniglio single si colora di blu per differenziarsi dalle coppie tutte uguali  e in fila nella stessa direzione, lui imboccando quella opposta, sta originando un’allegoria dipinta dall’autore del quadro, cioè il sottoscritto,  o ci troviamo davanti  ad una metafora dei nostri tempi?

Le metafore, concludo, le hanno inventato le bestie.

Non le pronunciano ma le disegnano, scimmiottando l’umanità, ironizzando sulla  bestialità di molti.

Claudio Lecci

 

 

Coniglio Single

        Non è facile creare una metafora

 

I neuroscienziati hanno accertato che nel momento del concepimento di una metafora  vengono impegnate diverse aree cerebrali.

Esse agirebbero in modo coordinato. Tanto è stato accettato da Roger E. Beaty  ricercatore della Harvard University.

35 volontari hanno rielaborato sotto forma di metafora alcune espressioni. Durante tale lavoro, i soggetti sono stati monitorati attraverso la risonanza magnetica funzionale. L’esito dell’accertamento ha evidenziato che durante l’impegno creativo sono state sensibilizzate diverse aree del cervello che costituiscono la cosiddetta rete di default e contemporaneamente viene impegnata l’area neuronale preposta alle funzioni esecutive. Viene precisato che la rete di default è quella attivata quando la persona vaga liberamente con la mente oppure si impegna esercizi di introspezione. Tuttavia, la risonanza magnetica funzionale evidenzia tale fenomeno solo nella parte finale della produzione della metafora.

Nel momento iniziale del procedimento creativo della metafora viene notato che l’attività dei neuroni situati nel giro angolare sinistro (interno della rete di default) si sincronizza con l’attività della parte anteriore destra dell’insula deputata all’orientamento dell’attenzione verso dati interni ed esterni importanti. Successivamente, il coordinamento arriva all’area dorso laterale della corteccia prefrontale che svolge funzioni esecutive ed in particolare controlla la pianificazione di comportamenti complessi

                     "...Non sono      che favilla d'un tirso.

Bene lo so: bruciare, questo, non altro,

è il mio significato".

 

      Eugenio Montale

 

 

 

Io non cerco, trovo.”

       Pablo Picasso

 

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